giovedì 8 febbraio 2007
la mia città
Muttley
lunedì 5 febbraio 2007
I giacimenti del potere. A chi appartiene oggi il petrolio. Di Guido Rampoldi. Ed. Strade blu mondadori.
Il contingente italiano era finito a Nassiriya lì dove l'Eni aveva prenotato a suo tempo un giacimento vastissimo. Mandare proprio lì i nostri soldati forse era stata l'unica decisione saggia, nella spensierata scelta di partecipare all'avventura in Iraq. Eppure il governo preferì negare. Pag 23.Se stiamo ai grafici dell'economista britannico Andrew Oswald, la curva della disoccupazione segue sempre, sfalzata di uno due anni, la curva dei prezzi al barile. Pag.25.Quanto petrolio vi sia in un giacimento o nel sottosuolo d'un paese è questione che investe interessi enormi: irresistibile l'incentivo a barare, quando aumentare può attirare miliardi di dollari e diminuire può dirottarli altrove. Pag. 3OA cavallo del confine tra Birmania e Thailandia, i Karen sono sette milioni.. Nulla potè fermare la colossale pulizia etnica progettata dai generali per svuotare grandi aree e ammassare i karen in centri di raccolta o, serbatoi per il lavoro forzato. Per costruire il gasdotto e per proteggerlo dalla guerriglia l'esercito ha bruciato tutti i villaggi ostili in un'area lunga 7O km e larga 17O, costretto centinaia di migliaia di abitanti al lavoro forzato, assasinato i renitenti, stuprato, terrorizzato. I rapporti registravano ogni abuso commesso dai soldati birmani, inclusi i beni rapinati. Ma più spesso raccontavano di depositi di riso bruciati per evitare che finissero alla guerriglia; di villaggi incendiati; di abitanti torturati e decapitati perché segnalati dalle spie come militanti del Knu. Tutto fu organizzato in modo che le compagnie petrolifere restassero fuori da queste violenze. Ma in nessun modo esse possono dichiararsi innocenti. Secondo i Karen le compagnie si voltavano dall'altra parte per evitare di sapere cosa accadesse intorno al gasdotto, quali metodi applicassero i militari e come fosse trattata la popolazione. Questa tesi in seguito ha prodotto alcune denunce di birmani contro la Total. Nel 2OO5 la Total accettò di pagare 7O mila euro a sette ricorrenti Karen purché non dessero seguito alla loro azione giudiziaria. Pag 46 e segg.
Se nella visione americana più esuberante gli USA sono la nuova Roma, per destino manifesto proiettata a civilizzare terre barbare e nemiche con le sue irresistibili legioni, nella prospettiva di Bin Laden la penisola arabica deve diventare il nuovo califfato. Nel lessico di Al-Qaeda il califfato vuol essere sia una forma concreta di governo diversa dalla ripugnante democrazia, il sistema politico dei crociati e degli ebrei, sia la metafora del grande impero arabo che si vorrebbe ricreare a partire dalla terra della Mecca e del petrolio, l'Arabia Saudita. Questo progetto cavalca un risentimento assai diffuso in Medio Oriente verso le monarchie del petrolio, considerate dai più ipocrite, corrotte e manovrate dagli USA. Ma riflette anche una percezione angosciosa e confusa, e tuttavia comprensibile: pur avendo lo strumento, oceani di petrolio, la quota maggiore delle riserve mondiali, gli arabi stanno sprecando un'occasione irripetibile per riconquistare la perduta centralità del mondo. In un futuro misurabile in decenni, non in secoli, il petrolio perderà importanza. Quando le economie industrializzate non andranno più a idrocarburi, cosa resterà agli arabi? Svanito l'immenso fiume di petroldollari che oggi si perde in mille rivoli, spesso diretti ai conti esteri delle famiglie reali, con quale altro strumento sarà mai possibile riunificare la mitica nazione araba, la umma? Dalla prima guerra del golfo nel 91 per lanciare la controffensiva verso Baghdad, gli americani sbarcano in Arabia Saudita e, in accordo con la monarchia, si acquartierano a ridosso del confine col Kwait. Presto diventa chiaro che le loro basi sono troppo grandi per essere temporanee. È in alcune moschee che ci si comincia a chiedere con ira crescente perché i Saud permettano tutto questo. Dio non ha dato il petrolio alla famiglia reale né agli americani: l'ha dato agli arabi, come impara a scuola ogni bambino saudita. Pag 72 segg.Alla fine del 2OO4 ventisei predicatori sauditi difendono attraverso la tv Al-Jazeera una fatwa, o parere legale, che dice: combattere gli americani in Iraq è dovere di ogni musulmano, e anche nella monarchia se vuole evitare una brutta fine. Di quei ventisei, in seguito uno ha chiesto alla polizia di trovargli il figlio, che aveva preso sul serio le ciarle di papà e s'era messo in viaggio per Baghdad: dove si conferma che l'Islam duro è anche un intenso esercizio di ipocrisia. Un altro predicatore s'è visto chiedere un risarcimento dalla famiglia d'un ragazzo morto combattendo in Iraq. Pag. 81.Mentre organizzano in segreto la guerra a Saddam gli USA ottengono un successo strategico clamoroso ed inosservato. Prima con l'obiettivo di preparare l'invasione dell'Afghanistan dal nord, poi di consolidare la war on terror, la guerra al terrorismo benedetta dal Consiglio di sicurezza, Washington stringe accordi militari con alcune Repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale. Questi accordi implicano una collaborazione tra servizi segreti contro l'estremismo islamico, ma soprattutto autorizzano la presenza di guarnigioni e basi aeree americane in territori che per tradizione appartengono alla sfera d'influenza di Mosca. Per quanto irritato, il governo Putin si consola con una contropartita non da poco: l'adesione alla guerra al terrorismo garantisce a Mosca una sorta di indulto internazionale per i misfatti commessi in Cecenia, dove appunto opera una guerriglia islamica spesso terroristica. Quanto all'Iraq, l'ospitalità che garantisce a parecchi fuggiaschi di Al-Qaeda suggerisce a Teheran una certa prudenza. Approssimandosi l'invasione dell'Iraq, sembra che le armate americane intendano ripercorrere a ritroso l'itinerario compiuto nel IV secolo a.C. da un prodigioso condottiero macedone, Alessandro: dall'Iraq all'Afghanistan attraverso l'Asia centrale. Per armi, tecniche, cavalleria, l'esercito di Alessandro era l'equivalente dell'ultratecnologico esercito statunitense. Sottomise reami e tribù, lasciandosi alle spalle un reticolo di guarnigioni, che furono il telaio dell'impero macedone. Da allora quel disseminare basi nelle aree nevralgiche per controllare commerci, sfruttare risorse, tenere a bada tribù barbariche è stata la priorità di ogni impero transcontinentale. Gli stati magiori la conoscono come basing stategy, la strategia delle basi. Ed è questo il vero motivo per il quale invaderemo l'Iraq, scrive Robert Kaplan, in un saggio di rara onestà intellettuale pubblicato dall'americana Atlantic monthly nel novembre 1992. Narrano quell'anno le cronache di corte che Kaplan eserciti una certa influenza sul presidente Bush, al punto da avergli ispirato l'idea per la quale soltanto estroflettendosi in una dimensione imperiale gli USA possono debellare i barbari ormai ad portas. Quale che sia l'influenza del può the coming anarchy, ormai quelle tesi risuonano nella politologia statunitense. Dove è opinione diffusa che l'America debba interpretare senza ipocrisie e sentimentalismi liberal il ruolo cui la candida uno strapotere militare ineguagliato nella storia. Ma poiché questa concezione imperiale suona nel mondo troppo cruda e irrispettosa, Washington la sovrappone a connotazioni morali - la lotta al male -, suggestioni allarmanti - le armi irachene come minaccia incombente sul popolo americano - affratellati alla convinzione che agli USA spetti una missione civilizzatrice. Kaplan non dedica uno sguardo a questi motivi ornamentali e si concentra sulla nitida geometria imperiale che essi velano. Oggi il medio oriente è la zona più strategica del pianeta, scrive, e l'Iraq il luogo più logico per riposizionare le basi americane nel medio oriente del ventunesimo secolo, spiega, perché l'Arabia Saudita non vuole più gli americani sul sacro suolo della Mecca e della Medina. Dunque piazziamoci nel più laico tra i paesi arabi, l'Iraq. Quando fossimo nel cuore della regione dell'islam e del petrolio, potremmo dedicarci a pacificare la regione con le ulteriori mosse della nostra basing strategy. Ecco finalmente parlare chiaro, senza infingimenti e allegorie morali. La guerra di lunga durata al Male è, concretamente l'ambiziosa basing stategy americana, già avviata con successo in Asia centrale sullo slancio della campagna afghana. Il medio oriente è la trappola finale. Irrompendo in Mesopotamia gli Stati Uniti completeranno la loro corona di basi militari dal Caspio al Golfo Persico, e con quelle potranno esercitare un certo modello di controllo su un'area che somma i primi tre detentori al mondo di riserve petrolifere (nell'ordine Arabia Saudita, Iraq, Iran); il Caspio e la nuova logistica dell'Asia centrale, inclusi gli oleodotti per India e Cina; le città sante dell'Islam, dalla saudita Mecca all'irachena Najaf. Senza contare che il petrolio iracheno permetterà di intaccare l'oligopolio Opec. Certo, la guerra provocherà tali sommovimenti nell'area da richiedere a Washington un impegno duraturo, avverte Kaplan, e anzi un autentico coinvolgimento imperiale in medio oriente. Ma se l'opinione pubblica americana avrà lo stomaco per un coinvolgimento imperiale d'una portata tale quale gli Stati Uniti non hanno conosciuto da quando occuparono la Germania e il Giappone, l'invasione dell'Iraq sarà un ottimo affare. Pagg. 86 e segg.
Se nella visione americana più esuberante gli USA sono la nuova Roma, per destino manifesto proiettata a civilizzare terre barbare e nemiche con le sue irresistibili legioni, nella prospettiva di Bin Laden la penisola arabica deve diventare il nuovo califfato. Nel lessico di Al-Qaeda il califfato vuol essere sia una forma concreta di governo diversa dalla ripugnante democrazia, il sistema politico dei crociati e degli ebrei, sia la metafora del grande impero arabo che si vorrebbe ricreare a partire dalla terra della Mecca e del petrolio, l'Arabia Saudita. Questo progetto cavalca un risentimento assai diffuso in Medio Oriente verso le monarchie del petrolio, considerate dai più ipocrite, corrotte e manovrate dagli USA. Ma riflette anche una percezione angosciosa e confusa, e tuttavia comprensibile: pur avendo lo strumento, oceani di petrolio, la quota maggiore delle riserve mondiali, gli arabi stanno sprecando un'occasione irripetibile per riconquistare la perduta centralità del mondo. In un futuro misurabile in decenni, non in secoli, il petrolio perderà importanza. Quando le economie industrializzate non andranno più a idrocarburi, cosa resterà agli arabi? Svanito l'immenso fiume di petroldollari che oggi si perde in mille rivoli, spesso diretti ai conti esteri delle famiglie reali, con quale altro strumento sarà mai possibile riunificare la mitica nazione araba, la umma? Dalla prima guerra del golfo nel 91 per lanciare la controffensiva verso Baghdad, gli americani sbarcano in Arabia Saudita e, in accordo con la monarchia, si acquartierano a ridosso del confine col Kwait. Presto diventa chiaro che le loro basi sono troppo grandi per essere temporanee. È in alcune moschee che ci si comincia a chiedere con ira crescente perché i Saud permettano tutto questo. Dio non ha dato il petrolio alla famiglia reale né agli americani: l'ha dato agli arabi, come impara a scuola ogni bambino saudita. Pag 72 segg.Alla fine del 2OO4 ventisei predicatori sauditi difendono attraverso la tv Al-Jazeera una fatwa, o parere legale, che dice: combattere gli americani in Iraq è dovere di ogni musulmano, e anche nella monarchia se vuole evitare una brutta fine. Di quei ventisei, in seguito uno ha chiesto alla polizia di trovargli il figlio, che aveva preso sul serio le ciarle di papà e s'era messo in viaggio per Baghdad: dove si conferma che l'Islam duro è anche un intenso esercizio di ipocrisia. Un altro predicatore s'è visto chiedere un risarcimento dalla famiglia d'un ragazzo morto combattendo in Iraq. Pag. 81.Mentre organizzano in segreto la guerra a Saddam gli USA ottengono un successo strategico clamoroso ed inosservato. Prima con l'obiettivo di preparare l'invasione dell'Afghanistan dal nord, poi di consolidare la war on terror, la guerra al terrorismo benedetta dal Consiglio di sicurezza, Washington stringe accordi militari con alcune Repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale. Questi accordi implicano una collaborazione tra servizi segreti contro l'estremismo islamico, ma soprattutto autorizzano la presenza di guarnigioni e basi aeree americane in territori che per tradizione appartengono alla sfera d'influenza di Mosca. Per quanto irritato, il governo Putin si consola con una contropartita non da poco: l'adesione alla guerra al terrorismo garantisce a Mosca una sorta di indulto internazionale per i misfatti commessi in Cecenia, dove appunto opera una guerriglia islamica spesso terroristica. Quanto all'Iraq, l'ospitalità che garantisce a parecchi fuggiaschi di Al-Qaeda suggerisce a Teheran una certa prudenza. Approssimandosi l'invasione dell'Iraq, sembra che le armate americane intendano ripercorrere a ritroso l'itinerario compiuto nel IV secolo a.C. da un prodigioso condottiero macedone, Alessandro: dall'Iraq all'Afghanistan attraverso l'Asia centrale. Per armi, tecniche, cavalleria, l'esercito di Alessandro era l'equivalente dell'ultratecnologico esercito statunitense. Sottomise reami e tribù, lasciandosi alle spalle un reticolo di guarnigioni, che furono il telaio dell'impero macedone. Da allora quel disseminare basi nelle aree nevralgiche per controllare commerci, sfruttare risorse, tenere a bada tribù barbariche è stata la priorità di ogni impero transcontinentale. Gli stati magiori la conoscono come basing stategy, la strategia delle basi. Ed è questo il vero motivo per il quale invaderemo l'Iraq, scrive Robert Kaplan, in un saggio di rara onestà intellettuale pubblicato dall'americana Atlantic monthly nel novembre 1992. Narrano quell'anno le cronache di corte che Kaplan eserciti una certa influenza sul presidente Bush, al punto da avergli ispirato l'idea per la quale soltanto estroflettendosi in una dimensione imperiale gli USA possono debellare i barbari ormai ad portas. Quale che sia l'influenza del può the coming anarchy, ormai quelle tesi risuonano nella politologia statunitense. Dove è opinione diffusa che l'America debba interpretare senza ipocrisie e sentimentalismi liberal il ruolo cui la candida uno strapotere militare ineguagliato nella storia. Ma poiché questa concezione imperiale suona nel mondo troppo cruda e irrispettosa, Washington la sovrappone a connotazioni morali - la lotta al male -, suggestioni allarmanti - le armi irachene come minaccia incombente sul popolo americano - affratellati alla convinzione che agli USA spetti una missione civilizzatrice. Kaplan non dedica uno sguardo a questi motivi ornamentali e si concentra sulla nitida geometria imperiale che essi velano. Oggi il medio oriente è la zona più strategica del pianeta, scrive, e l'Iraq il luogo più logico per riposizionare le basi americane nel medio oriente del ventunesimo secolo, spiega, perché l'Arabia Saudita non vuole più gli americani sul sacro suolo della Mecca e della Medina. Dunque piazziamoci nel più laico tra i paesi arabi, l'Iraq. Quando fossimo nel cuore della regione dell'islam e del petrolio, potremmo dedicarci a pacificare la regione con le ulteriori mosse della nostra basing strategy. Ecco finalmente parlare chiaro, senza infingimenti e allegorie morali. La guerra di lunga durata al Male è, concretamente l'ambiziosa basing stategy americana, già avviata con successo in Asia centrale sullo slancio della campagna afghana. Il medio oriente è la trappola finale. Irrompendo in Mesopotamia gli Stati Uniti completeranno la loro corona di basi militari dal Caspio al Golfo Persico, e con quelle potranno esercitare un certo modello di controllo su un'area che somma i primi tre detentori al mondo di riserve petrolifere (nell'ordine Arabia Saudita, Iraq, Iran); il Caspio e la nuova logistica dell'Asia centrale, inclusi gli oleodotti per India e Cina; le città sante dell'Islam, dalla saudita Mecca all'irachena Najaf. Senza contare che il petrolio iracheno permetterà di intaccare l'oligopolio Opec. Certo, la guerra provocherà tali sommovimenti nell'area da richiedere a Washington un impegno duraturo, avverte Kaplan, e anzi un autentico coinvolgimento imperiale in medio oriente. Ma se l'opinione pubblica americana avrà lo stomaco per un coinvolgimento imperiale d'una portata tale quale gli Stati Uniti non hanno conosciuto da quando occuparono la Germania e il Giappone, l'invasione dell'Iraq sarà un ottimo affare. Pagg. 86 e segg.
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mercoledì 17 maggio 2006
argentina, capital federal, republica de la boca
nunca mas

Da Repubblica.it del 25.01.07
Udienza nell'aula bunker di Rebibbia, lo Stato italiano parte civile
Imputati: il generale Massera e alcuni ufficiali del "Grupo de Tarea 3.3.2."
Processo in Italia ai golpisti argentini
"Vi racconto gli orrori di quelle carceri"
Angela Maria Aieta, Giovanni e Susanna Pegoraro, tutti cittadini italiani
attendono giustizia. Furono torturati e uccisi. Le testimonianze dei sopravvissuti
di ANNA MARIA DE LUCA
Dante Gullo nell'aula bunker di Rebibbia
ROMA - Nella giornata della memoria, la sala bunker di Rebibbia echeggia di ricordi e dolore. Dante Gullo, leader della Gioventù peronista, al banco dei testimoni. E' italo-argentino ed è stato prigioniero in Argentina per otto anni e otto mesi (dal '75 all'83) senza mai essere processato. Ora lotta perché in Italia sia fatta quella giustizia che nel suo Paese è venuta meno a colpi di immunità. Combatte affinché vengano incriminati gli assassini della madre, Angela Maria Aieta, di Giovanni e Susanna Pegoraro e di innumerevoli desaparecidos internati a Buenos Aires, nell'Esma. La scuola militare che il "Processo di Riorganizzazione Nazionale" instaurato dalla dittatura militare in Argentina con il "golpe" del 24 marzo 1976 trasformò in un terribile centro di detenzione clandestina.
Imputati, in base alle norme del diritto internazionale: Emilio Eduardo Massera, comandante della Marina militare argentina - uno dei pochi stranieri nelle liste di iscritti alla loggia massonica P2 sequestrate a Licio Gelli nel 1981 - e gli ufficiali del "Grupo de Tarea 3.3.2" Jorges Eduardo Acosta, Ignacio Alfredo Astiz, Raul Jorge Vidoza, Antonio Vanek e Antonio Hector Febres. Sono accusati di crimini contro l'umanità. Ovviamente sono tutti contumaci: stanno in Argentina. Alcuni di loro sono latitanti, altri in attesa di giudizio. Astiz, condannato in contumacia dal tribunale di Parigi, è richiesto anche dai magistrati di altri Paesi. In quegli anni più di cinquemila persone sono state internate all'Esma. Ne sono uscite appena trecento.
Sequestrato illegalmente nel '75, prima del golpe, Dante Gullo ebbe la "fortuna" di finire in un carcere "a disposizione del potere esecutivo nazionale". Così, paradossalmente, si salvò la vita. Accanto a lui, nei banchi dei testimoni, il fratello Leopoldo, sequestrato nel '77 con la moglie, Hebe Lorenzo, vicina di "posto" di Angela Maria Aieta negli anni della detenzione e Marta Alvarez, internata all'Esma. Lo Stato italiano si è costituito parte civile nel processo iniziato il 25 maggio.
"Per venirci a trovare - racconta il leader peronista - i familiari erano costretti a perquisizioni violente, soprattutto per le donne. Ma se non venivano c'era il rischio che ci facessero sparire. Mia madre non mancò mai di starmi vicino. Combatteva in Argentina per la mia liberazione, per i diritti umani e le condizioni dei detenuti. Aiutava i parenti degli altri carcerati".
Ma all'improvviso Angela Maria smette di andare a trovare il figlio. Il 5 agosto del '76 viene sequestrata dai militari davanti agli occhi del marito e internata all'Esma. Il figlio, dal carcere, riesce a far spedire una lettera indirizzata al ministro dell'Interno. Si offre come ostaggio in cambio del suo rilascio. Nel '77 viene sequestrato il fratello Jorges, mai più ritrovato. E poi l'altro fratello, Leopoldo - questa mattina in aula - con la cognata. Nel '79 è la volta della moglie. Tutta la sua famiglia viene colpita. Dante Gullo non ebbe risposte dal ministero né altre notizie della madre. Mesi dopo gli fu detto che era ormaia una "detenuta desaparecida".
Hebes Lorenzo racconta al processo la tortura e la morte di Angela Maria Aieta
Cosa accadde ad Angela Maria nell'Esma? Lo racconta ai giudici italiani, con voce emozionata, Hebe Lorenzo, anche lei internata: "Stavamo tutto il giorno sdraiate per terra, una accanto all'altra, incappucciate e bendate. Mani ammanettate e piedi legati. Non potevamo parlare né muoverci. Se lo facevamo ci prendevano a calci. Suonavano sempre una musica assordante. Potevamo conoscere solo chi ci stava accanto. Nel primi tempi di detenzione mi trovai con Angela Maria. Era lì da venti giorni. Avevamo il cappuccio, non potevamo vederci, ma ci incoraggiavamo a vicenda. Lei di calci ne ha presi tanti. Ricordo la prima cosa che mi ha detto quando ci siamo conosciute. 'Ricordati che sono la madre di Dante Gullo'. Tutti noi militanti della gioventù peronista sapevamo chi era".
"Le giornate passavano così, immobili. Al mattino ci portavano il mate bollito. Poi c'era il rito della bacinella. Una sola per trecento donne. Se ce la facevamo addosso ci picchiavano. Se chiedevamo la bacinella non la portavano. E se la portavano ci costringevano ad esibirci. Intorno solo lamenti, sempre sotto una musica assordante. Poi ogni tanto ci spedivano giù nella sala delle torture, che aveva anche una sala d'aspetto. Angela Maria vi fu portata diverse volte. Quando ritornava mi diceva: 'Forza, siamo ancora vive'. Non avevamo più un nome. Eravamo identificate con un numero. Io per tre mesi fui il 385. Sono stata internata il 26 agosto del '76. Alla fine di novembre, quando ne uscii, avevamo superato il 2000. Più di mille persone erano state internate in soli tre mesi".
"Il 6 settembre, per tutta la notte, giocarono con me dicendo che la mattina dopo mi avrebbero ucciso. Anche quella notte la guardia mi fece sfilare per un'ora davanti a tutti i militari, nuda e bendata. Mi toccavano, facevano di me quel che volevano. E se mi lamentavo minacciavano ritorsioni sulla mia famiglia. L'indomani seppi che l'ordine era stato ritirato. Mio padre, che era stato colonnello, proprio quella mattina era riuscito a parlare con Massera. Disse che era troppo tardi ma quando si mise in comunicazione con l'Esma seppe che non mi avevano ancora portato giù. Sono viva per caso. Io e Angela avevamo un patto: chi sarebbe uscita per prima avrebbe lottato per la liberazione dell'altra e di tutti i prigionieri".
"Il mercoledì era il giorno dei trasferimenti. Chiamarono Angela Maria. Per portarla in una prigione, dicevano. Io ero contenta per lei. In seguito dissi ad una guardia che speravo di finire nello stessa galera. Mi rispose: 'Spero che tu non verrai mai trasferita dove è lei ora'. E allora ho capito".
"A novembre mi portarono al commissariato n 31 e poi al carcere di Devoto. Da lì direttamente in Paraguay, dove la polizia mi aspettava all'aereoporto. Riuscii a fuggire a Parigi dove c'era una grande comunità di esuli argentini. Durante una festa, in Francia, il 16 ottobre del '77, riconobbi la voce di Alfredo Astiz, detto l'angelo biondo della morte. Il giorno dopo andarono nel mio appartamento in Paraguay per punire la ragazza che aveva preso il mio posto. Cambiai casa diverse volte e non misi mai il mio numero sull'elenco telefonico. Astiz era in Francia per ritrovare gli esuli argentini".
Altri testimoni verranno sentiti nell'udienza dell'8 febbraio.
martedì 16 maggio 2006
perro argentino...
what is this? ¿cuál es éste?
yerba mate
lunedì 15 maggio 2006
disegno di martina
lindissima giornata a la plata...
mentre si mangia...
ragazzi che carne...

il cuoco...
il gruppo dopo pranzo, con la pancia bella piena...
ragazzi che carne...

il cuoco...

il gruppo dopo pranzo, con la pancia bella piena...venerdì 28 aprile 2006
buenos aires emozionante spettacolo di tango con claudio e marta
cataratas del iguazù. argentina



Nell'area che comprende le province di Misiones, Corrientes, Entre Rìos, Chaco e Formosa si presentano panorami e climi diversi che hanno un proprio incantesimo che ha abbagliato in un certo senso, la sensibilità del viaggiatore di ogni provenienza, diventando una delle destinazioni turistiche più importanti del mondo. Natura lussureggiante, riserve, parchi naturali, architettura nelle missioni gesuitiche dichiarate dall'Unesco "Patrimonio Culturale dell'Umanità", grandi fiumi, infrastruttura alberghiera ineccepibile, aeroporti internazionali e sistemi aggiornati di trasporto e comunicazione, armonia e cortesia della sua gente, fanno della regione il luogo dove tutti almeno una volta vorrebbero andare. Le Cascate dell'Iguazù ("Acqua Grande" in lingua guaranì) sono situate nella provincia di Misiones, a nordest del Paese, al confine con il Paraguay ed il Brasile ed inserite nel Parco Nazionale di Iguazù con le sue migliaia di palme e di orchidee, e dove tucani, pappagalli e cocorite convivono in armonia con le scimmie, i tapiri e i giaguari. Fu il loro fragore, udibile a 15 km di distanza, a guidare Alvar Nuñez Cabeza de Vaca nel 1541 alla loro scoperta: 275 salti, alti dai 50 agli 80 metri, per 2.700 metri. L'origine fu una eruzione vulcanica di milioni di anni fa, in seguito alla quale il fiume Iguazù non riuscendo a scavarsi un letto, cominciò a scorrere sul terreno di basalto. Oltre alla famosa Garganta del Diablo, una parete di acqua alta 80 metri, esistono altri salti (Bossetti, Alvar Cabeza de Vaca, ecc.) che si possono visitare a piedi percorrendo delle passerelle,dei sentieri e dei belvedere che permettono di osservarle a distanza molto ravvicinata.
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En el área que abarca la provincia de Misiones, Corrientes, Entre Rìos, Chaco y Formosa se introducen los varios panoramas y climas que tienen incantesimo justo que tenga deslumbrar en un sentido seguro, la sensibilidad del viajero de cada origen, el convertirse de destinaciones turísticas más importantes del mundo. Naturaleza de Lussureggiante, depósitos, parques natural, la arquitectura en las misiones del gesuitiche declaró patrimonio cultural de la UNESCO " de la humanidad ", grandes ríos, infraestructura unexceptionable del hotel, aeropuertos internacionales y los sistemas le modernizan del transporte y de la comunicación, armonía y cortesía de su gente, hacen de la región el lugar en donde todos por lo menos ellos desearían una vez ir. Las cascadas del Iguazù ("agua grande" en guaranì de la lengua) se sitúan en la provincia de Misiones, al noreste del país, a la frontera con Paraguay y Brasi los insertó y adentro Parque nacional de Iguazù con su migliaia de palmas y del orchidee, y donde tucani, los loros del cocorite y cohabitan en armonía con los monos, los tapirs y el giaguari. Era su explosión, audible a 15 kilómetros de la distancia, a la guía Alvar Nuñez Cabeza de Vaca en 1541 a su descubrimiento: 275 saben a usted, colmo de los 50 a los 80 metros, para 2.700 metros. El origen era un vulcanica millón de erupciones hace años, como resultado de cuál el río Iguazù que no tiene éxito para cavar una cama, comenzó a resbalar en la tierra del basalto. Más allá al Garganta famoso del Diablo, una pared alta del agua 80 metros, otros existen saben a usted (Bossetti, Alvar Cabeza de Vaca, etc.) ese pueden ser a pie el cubrir visitado de pasarelas,de las trayectorias y del puesto de observación que permiten en una distancia para observarlos cercano mucho exhausto.












