giovedì 8 febbraio 2007

 

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lunedì 5 febbraio 2007

 

I giacimenti del potere. A chi appartiene oggi il petrolio. Di Guido Rampoldi. Ed. Strade blu mondadori.

Il contingente italiano era finito a Nassiriya lì dove l'Eni aveva prenotato a suo tempo un giacimento vastissimo. Mandare proprio lì i nostri soldati forse era stata l'unica decisione saggia, nella spensierata scelta di partecipare all'avventura in Iraq. Eppure il governo preferì negare. Pag 23.Se stiamo ai grafici dell'economista britannico Andrew Oswald, la curva della disoccupazione segue sempre, sfalzata di uno due anni, la curva dei prezzi al barile. Pag.25.Quanto petrolio vi sia in un giacimento o nel sottosuolo d'un paese è questione che investe interessi enormi: irresistibile l'incentivo a barare, quando aumentare può attirare miliardi di dollari e diminuire può dirottarli altrove. Pag. 3OA cavallo del confine tra Birmania e Thailandia, i Karen sono sette milioni.. Nulla potè fermare la colossale pulizia etnica progettata dai generali per svuotare grandi aree e ammassare i karen in centri di raccolta o, serbatoi per il lavoro forzato. Per costruire il gasdotto e per proteggerlo dalla guerriglia l'esercito ha bruciato tutti i villaggi ostili in un'area lunga 7O km e larga 17O, costretto centinaia di migliaia di abitanti al lavoro forzato, assasinato i renitenti, stuprato, terrorizzato. I rapporti registravano ogni abuso commesso dai soldati birmani, inclusi i beni rapinati. Ma più spesso raccontavano di depositi di riso bruciati per evitare che finissero alla guerriglia; di villaggi incendiati; di abitanti torturati e decapitati perché segnalati dalle spie come militanti del Knu. Tutto fu organizzato in modo che le compagnie petrolifere restassero fuori da queste violenze. Ma in nessun modo esse possono dichiararsi innocenti. Secondo i Karen le compagnie si voltavano dall'altra parte per evitare di sapere cosa accadesse intorno al gasdotto, quali metodi applicassero i militari e come fosse trattata la popolazione. Questa tesi in seguito ha prodotto alcune denunce di birmani contro la Total. Nel 2OO5 la Total accettò di pagare 7O mila euro a sette ricorrenti Karen purché non dessero seguito alla loro azione giudiziaria. Pag 46 e segg.
Se nella visione americana più esuberante gli USA sono la nuova Roma, per destino manifesto proiettata a civilizzare terre barbare e nemiche con le sue irresistibili legioni, nella prospettiva di Bin Laden la penisola arabica deve diventare il nuovo califfato. Nel lessico di Al-Qaeda il califfato vuol essere sia una forma concreta di governo diversa dalla ripugnante democrazia, il sistema politico dei crociati e degli ebrei, sia la metafora del grande impero arabo che si vorrebbe ricreare a partire dalla terra della Mecca e del petrolio, l'Arabia Saudita. Questo progetto cavalca un risentimento assai diffuso in Medio Oriente verso le monarchie del petrolio, considerate dai più ipocrite, corrotte e manovrate dagli USA. Ma riflette anche una percezione angosciosa e confusa, e tuttavia comprensibile: pur avendo lo strumento, oceani di petrolio, la quota maggiore delle riserve mondiali, gli arabi stanno sprecando un'occasione irripetibile per riconquistare la perduta centralità del mondo. In un futuro misurabile in decenni, non in secoli, il petrolio perderà importanza. Quando le economie industrializzate non andranno più a idrocarburi, cosa resterà agli arabi? Svanito l'immenso fiume di petroldollari che oggi si perde in mille rivoli, spesso diretti ai conti esteri delle famiglie reali, con quale altro strumento sarà mai possibile riunificare la mitica nazione araba, la umma? Dalla prima guerra del golfo nel 91 per lanciare la controffensiva verso Baghdad, gli americani sbarcano in Arabia Saudita e, in accordo con la monarchia, si acquartierano a ridosso del confine col Kwait. Presto diventa chiaro che le loro basi sono troppo grandi per essere temporanee. È in alcune moschee che ci si comincia a chiedere con ira crescente perché i Saud permettano tutto questo. Dio non ha dato il petrolio alla famiglia reale né agli americani: l'ha dato agli arabi, come impara a scuola ogni bambino saudita. Pag 72 segg.Alla fine del 2OO4 ventisei predicatori sauditi difendono attraverso la tv Al-Jazeera una fatwa, o parere legale, che dice: combattere gli americani in Iraq è dovere di ogni musulmano, e anche nella monarchia se vuole evitare una brutta fine. Di quei ventisei, in seguito uno ha chiesto alla polizia di trovargli il figlio, che aveva preso sul serio le ciarle di papà e s'era messo in viaggio per Baghdad: dove si conferma che l'Islam duro è anche un intenso esercizio di ipocrisia. Un altro predicatore s'è visto chiedere un risarcimento dalla famiglia d'un ragazzo morto combattendo in Iraq. Pag. 81.Mentre organizzano in segreto la guerra a Saddam gli USA ottengono un successo strategico clamoroso ed inosservato. Prima con l'obiettivo di preparare l'invasione dell'Afghanistan dal nord, poi di consolidare la war on terror, la guerra al terrorismo benedetta dal Consiglio di sicurezza, Washington stringe accordi militari con alcune Repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale. Questi accordi implicano una collaborazione tra servizi segreti contro l'estremismo islamico, ma soprattutto autorizzano la presenza di guarnigioni e basi aeree americane in territori che per tradizione appartengono alla sfera d'influenza di Mosca. Per quanto irritato, il governo Putin si consola con una contropartita non da poco: l'adesione alla guerra al terrorismo garantisce a Mosca una sorta di indulto internazionale per i misfatti commessi in Cecenia, dove appunto opera una guerriglia islamica spesso terroristica. Quanto all'Iraq, l'ospitalità che garantisce a parecchi fuggiaschi di Al-Qaeda suggerisce a Teheran una certa prudenza. Approssimandosi l'invasione dell'Iraq, sembra che le armate americane intendano ripercorrere a ritroso l'itinerario compiuto nel IV secolo a.C. da un prodigioso condottiero macedone, Alessandro: dall'Iraq all'Afghanistan attraverso l'Asia centrale. Per armi, tecniche, cavalleria, l'esercito di Alessandro era l'equivalente dell'ultratecnologico esercito statunitense. Sottomise reami e tribù, lasciandosi alle spalle un reticolo di guarnigioni, che furono il telaio dell'impero macedone. Da allora quel disseminare basi nelle aree nevralgiche per controllare commerci, sfruttare risorse, tenere a bada tribù barbariche è stata la priorità di ogni impero transcontinentale. Gli stati magiori la conoscono come basing stategy, la strategia delle basi. Ed è questo il vero motivo per il quale invaderemo l'Iraq, scrive Robert Kaplan, in un saggio di rara onestà intellettuale pubblicato dall'americana Atlantic monthly nel novembre 1992. Narrano quell'anno le cronache di corte che Kaplan eserciti una certa influenza sul presidente Bush, al punto da avergli ispirato l'idea per la quale soltanto estroflettendosi in una dimensione imperiale gli USA possono debellare i barbari ormai ad portas. Quale che sia l'influenza del può the coming anarchy, ormai quelle tesi risuonano nella politologia statunitense. Dove è opinione diffusa che l'America debba interpretare senza ipocrisie e sentimentalismi liberal il ruolo cui la candida uno strapotere militare ineguagliato nella storia. Ma poiché questa concezione imperiale suona nel mondo troppo cruda e irrispettosa, Washington la sovrappone a connotazioni morali - la lotta al male -, suggestioni allarmanti - le armi irachene come minaccia incombente sul popolo americano - affratellati alla convinzione che agli USA spetti una missione civilizzatrice. Kaplan non dedica uno sguardo a questi motivi ornamentali e si concentra sulla nitida geometria imperiale che essi velano. Oggi il medio oriente è la zona più strategica del pianeta, scrive, e l'Iraq il luogo più logico per riposizionare le basi americane nel medio oriente del ventunesimo secolo, spiega, perché l'Arabia Saudita non vuole più gli americani sul sacro suolo della Mecca e della Medina. Dunque piazziamoci nel più laico tra i paesi arabi, l'Iraq. Quando fossimo nel cuore della regione dell'islam e del petrolio, potremmo dedicarci a pacificare la regione con le ulteriori mosse della nostra basing strategy. Ecco finalmente parlare chiaro, senza infingimenti e allegorie morali. La guerra di lunga durata al Male è, concretamente l'ambiziosa basing stategy americana, già avviata con successo in Asia centrale sullo slancio della campagna afghana. Il medio oriente è la trappola finale. Irrompendo in Mesopotamia gli Stati Uniti completeranno la loro corona di basi militari dal Caspio al Golfo Persico, e con quelle potranno esercitare un certo modello di controllo su un'area che somma i primi tre detentori al mondo di riserve petrolifere (nell'ordine Arabia Saudita, Iraq, Iran); il Caspio e la nuova logistica dell'Asia centrale, inclusi gli oleodotti per India e Cina; le città sante dell'Islam, dalla saudita Mecca all'irachena Najaf. Senza contare che il petrolio iracheno permetterà di intaccare l'oligopolio Opec. Certo, la guerra provocherà tali sommovimenti nell'area da richiedere a Washington un impegno duraturo, avverte Kaplan, e anzi un autentico coinvolgimento imperiale in medio oriente. Ma se l'opinione pubblica americana avrà lo stomaco per un coinvolgimento imperiale d'una portata tale quale gli Stati Uniti non hanno conosciuto da quando occuparono la Germania e il Giappone, l'invasione dell'Iraq sarà un ottimo affare. Pagg. 86 e segg.

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